01/08/10

Pensieri bretoni 2- Bretagna

Strano territorio la Bretagna, tanto che vi ci sono ambientate le storie del paese dei galli che non si arrende di fronte allo strapotere romano.
Strana terra, terra selvatica, di coloratissime ortensie e spinosi carciofi, di tagliente granito che resiste alle onde dell’oceano.
Strani tipi, i bretoni, tutt’ora persistono nel parlare la loro antica ed incomprensibile lingua invece o, meglio, a fianco del più civile francese.
Orgogliosi di aver eretto menhir, di aver ricavato dal bordo delle acque salate dell’oceano il loro benessere di allevamenti di ostriche, di coltivazioni di cipolle e di carciofi, inattaccabili dal turismo, in particolar modo da quello degli odiati parigini.
Strane donne, le bretoni, bruttine, dai polpacci possenti, allenati da secoli di lavoro dei campi, gentili, ma solo in superficie, perennemente accigliate come il loro cielo di plumbee nubi basse, sorridenti, ma impenetrabili, come il granito delle loro spiagge.

Pensieri bretoni 1- La ragazza e le cozze

Due famiglie francesi si sono trovate al ristorante del campeggio per la tradizionale scorpacciata di cozze. Le due coppie di genitori sono accompagnate, come da standard locale, da sei figli, tre a testa, in regolare successione tra di loro.
Mentre le due coppie di genitori prendono posto ai due lati del tavolo, in modo da potere chiaccherare indisturbati, i figli si fronteggiano: maschi da una parte, femmine da un’altra, indipendentemente dall’appartenenza famigliare.
Il più piccolo, di circa sei anni, cerca di attirare l’attenzione protestando contro la scelta delle cozze, piatto che sicuramente è il suo preferito, ma tant’è, a sei anni non si va al ristorante senza tentare, appena seduti, di mandare all’aria il piacere dei commensali di potersi godere la compagnia.
Gli risponde, sotto lo sguardo sbigottito del maschietto più grande, un quindicenne dal labbro ornato di soffice peluria scura, la ragazzina maggiore, sua coetanea. Incomprensibili le parole, ma non il tono freddo e sprezzante con cui zittisce il marmocchio per poi ritornare ad un oscuro mutismo, evidentemente infastidita dal fatto di dover essere andata a cena con i propri genitori, con la sorellina ebete che gioca a fare l’amichetta con la sorella del noiosissimo ragazzino appiccicoso dalla soffice peluria e con il fratellino rompiballe.

“Se la piccola peste almeno non rompesse le palle! Invece è lì, sempre a cercare l’attenzione di tutti e poi a casa mi fruga nei cassetti e nelle e-mail, la bestia! Stasera poi, che mi tocca stare qui con il cretino che continua a guardarmi ed a sorridermi come uno stoccafisso, imbecille! E le due cretinette qui a fianco? Roba da vomito, con le loro treccine uguali, borsette uguali, bamboline uguali, io alla loro età mica giocavo a fare la lesbica!
Cazzo, e adesso mi tocca anche sorridere agli amici dei miei, se no poi chi li ascolta a casa? Come ti comporti? Ma non sai essere educata? E’l’ultima volta che esci con noi (fosse vero!!!). Intanto la stronzetta della roulotte della terza piazzola starà sicuramente a fare la tira a quel figone della seconda strada, quello con il surf! Oddio, se continuo a pensarci faccio una scenata che mi mandano fuori dal locale! Ed io devo stare qui, a massacrarmi con questi quattro imbecilli a fianco e con questo penoso del baffettino! Ed il moccioso che rompe le balle! Lo odio!“
L’arrivo delle pentole con le cozze le interrompe il flusso di pensieri. Guarda una cozza.
Una lagrima le scende, bagnando la cicatrice di un brufolo appena schiacciato.

Venezia

Venezia non è una città. E’ un paese.
O un continente.